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Simposio afgano

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Simposio afgano

Mentre tutto il mondo puntava le sue videocamere sulla pista di decollo dell’aeroporto di Kabul, il resto degli Afghani era perlopiù altrove a fare altro: chi a gioire per la liberazione, chi a nascondersi dai nuovi padroni, chi a barcamenarsi tra vecchi lutti e nuove promesse.

Le domande che tutto il mondo ora si pone trovano in questo libro la risposta dei diretti protagonisti, raggiunti via internet attraverso un metodo basato sulla geo-localizzazione.

I Talebani sono davvero cambiati, come hanno annunciato al mondo? Come ha potuto l’esercito afgano arrendersi a loro nel giro di poche settimane? Il popolo afgano si sente ora tradito o finalmente libero? Cosa pensano davvero le donne afgane? Cosa rimane di questi 20 anni?

La società afgana coltivata sotto occupazione alla prova della storia si è dimostrata non rappresentativa del sentimento maggioritario nel paese perché segnataria del patto: diritti civili in cambio di cessione di sovranità. E’ su questo punto che i Talebani hanno fatto forza. E hanno vinto.

Protetti dall’anonimato, decine di Afghani sul campo diventano dunque i protagonisti di questo libro, idealmente disposti intorno a un tavolo, voci finalmente libere di un simposio afgano.

Michelangelo Severgnini

nasce a Crema (Italia) nel 1974 da padre lombardo e madre pugliese. Nel corso degli anni si è espresso principalmente come musicista e filmmaker.

Realizza diversi documentari indipendenti a partire dai primi anni 2000, vincitori di premi nazionali e internazionali, tra cui “Isti’mariyah – controvento tra Napoli e Baghdad” (’80, 2006) e “L’uomo con il megafono”, (’60, 2012).

Dal settembre 2018 anima il progetto “Exodus – fuga dalla Libia”.

L’ultimo suo lavoro cinematografico “L’urlo” racconta 3 anni di ricerca sulla situazione libica, con i filmati e i messaggi inviati dai migranti-schiavi in Libia e dai Libici sotto il giogo delle milizie.

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Cina popolare

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Cina popolare – Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi di Diego Bertozzi Prefazione di Vladimiro Giacché

Negli ultimi trent’anni la dicotomia tra capitale fittizio e capitale industriale è stata ben rappresentata dal conflitto Usa-Cina. L’Europa ha creduto che la distruzione del sistema del «salario sociale globale», costruito nel dopoguerra, gli avrebbe permesso di giocare in questo conflitto un ruolo decisivo. La storia recente ha mostrato che questa scelta era sbagliata, e che la Cina, ispirandosi proprio al modello italiano, costruito nella Prima repubblica e abbandonato nel 1992, ha potuto conquistare posizioni a danno proprio degli occidentali. In questo nuovo scenario il Mediterraneo conquista la sua antica centralità nel commercio globale. Nuove vie si aprono per l’Italia, nuove possibilità sono offerte ad una diplomazia, anche economica, che abbia il coraggio di volgere lo sguardo ad Oriente, come nel XIII secolo, quando le repubbliche marinare dominavano il commercio mondiale.

“Un libro che abbraccia l’intero arco temporale che va dalle guerre dell’oppio ad oggi. Questo è importante perché conferisce alle vicende narrate la necessaria profondità storica. Necessaria innanzitutto perché, se inquadrata in un orizzonte plurisecolare, anche la straordinaria crescita della Cina degli ultimi decenni può venire intesa per quello che realmente è: la traiettoria grazie alla quale una delle aree da millenni più civilizzate del mondo si riprende il posto nell’economia mondiale che occupava prima che il colonialismo inglese la umiliasse, facendo regredire il suo contributo al prodotto interno lordo mondiale   in meno di un secolo   da oltre il 30 per cento del totale a meno del 5 per cento”. (dalla prefazione di V. Giacché)

Diego Bertozzi

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